
storie di ordinariafollia
brevi fabulazioni di chi tende a dare realtà alle creazioni della propria fantasia
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altri quaderni
Riempivamo fogli su fogli su fogli di schemi ripetuti, geroglifici che ai nostri occhi erano avvincenti campionati di calcio internazionali. Nomi curiosi ed affascinanti, crocette e numeri. Decine ogni pagina, centinaia, migliaia ogni quaderno. Quel ragazzo che scarabocchiava aveva una matita aveva un quaderno aveva un amico e nulla era impossibile. Non c’era l’urlo abissale del vuoto né sorrisi di ragazze della parte orientale dell’Appennino non soldi ma capelli ed il Pianeta spendeva. Quel ragazzo che beveva noia e pisciava giocattoli di matita, di carta ritagliata, di cartone scotchato. E’ come quando ti siedi al tavolo per il pranzo…
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belli quaderni
Andare a mangiare in pizzeria era un evento straordinario, a quei tempi. Qualcosa per cui bisognava lavarsi pure dietro le orecchie ed essere educati. Si andava sempre con qualcuno, per stare assieme; con gli zii. Per evento straordinario intendo dire tanto che era raro, diciamo una volta all’anno? E che era eccitante; ed io leggevo la lista del menù fino agli articoli di coda, fino all’aiuto regista, fino ai ringraziamenti, fino agli affini. Già sapendo che avrei scelto la pizza Quattro Stagioni. Attraverso eliminatorie, dopo attente valutazioni, dibattiti, sondaggi. Ogni me stesso alzava la mano per dire la sua. La…
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c’erano due neuroni
C’erano due neuroni o forse tre nella mia testa dopo la consegna delle chiavi. Uno era maschio, per così dire. L’altro no, per contraddire. Venne loro data una consegna, un foglio nel quale c’era scritto come lavorare. E lessero. Il primo disse: ho capito, bene! si farà così e cosà, facile. L’altro rimase sul divano. Intanto la macchina attendeva a folle. Motore caldo, carrozzeria fiammante, due dadi di peluche che non avevano mai rotolato pendenti sotto allo specchietto. Il primo neurone disse al secondo: alzati, dobbiamo lavorare. Il secondo gli rispose: sì, ma prima giochiamo a nascondino. Aspetto sdraiato sul…
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summer on a solitary bit
Passavo pomeriggi ad ascoltare dischi. Un angolo dell’immenso salone di marmo dove c’era l’impianto di alta fedeltà nel suo autoritario mobiletto; il divano, due poltrone e sopra al tappeto di pelle di vacca il tavolino di vetro infrangibile. Passavo pomeriggi interi seduto ad ascoltare dischi e sognare. Era il vinile. Segnali dal futuro, su microsolchi passati. Prima del vinile c’era il pallone. Prima del vinile c’era la bicicletta. Prima del vinile la noia era una cantilena insistente. Oh ma’ che posso fa’? (non penso sia necessario tradurre). Oh ma’, che posso fa’? Che posso fa’? Oh ma’! Che posso fa’?…
