• summer on a solitary bit

    Passavo pomeriggi ad ascoltare dischi. Un angolo dell’immenso salone di marmo dove c’era l’impianto di alta fedeltà nel suo autoritario mobiletto; il divano, due poltrone e sopra al tappeto di pelle di vacca il tavolino di vetro infrangibile.

    Passavo pomeriggi interi seduto ad ascoltare dischi e sognare. Era il vinile.

    Segnali dal futuro, su microsolchi passati.

    Prima del vinile c’era il pallone.

    Prima del vinile c’era la bicicletta.

    Prima del vinile la noia era una cantilena insistente. Oh ma’ che posso fa’? (non penso sia necessario tradurre). Oh ma’, che posso fa’? Che posso fa’? Oh ma’! Che posso fa’? Dopo il vinile la noia ha indossato un velo tessuto con fili di esuberanza, entusiasmo, benzina, mutande, umidità, correre correre correre, birra. Luoghi comuni.

    Quando il velo è caduto, ormai liso, svilito e polveroso, ho visto di nuovo per bene i lineamenti della noia, le irregolarità del suo viso così simile al mio. Me la ricordavo più brutta.

    Più alta.

    Sapevo leggere, sapevo disegnare, sapevo pure scrivere. Sapevo ascoltare.

    Sapev osserv.

    Sap asp.

    Sa.

    Oggi disegno e ripensando ai tempi prima del vinile, mettendoli con la matita su un quadernone, mi accorgo di sentirli come se appartenessero anche ad ogni personaggio che esce dalle traiettorie della punta della mia matita, che vedo comparire in danze di pixel. Mi pare che le storie inventate e quelle vissute hanno infine lo stesso sapore nella bocca del mio cuore.

    O altro organo interno in sua vece.

    Forse è un’esigenza, quella di comunicare. Esigenza di esprimere, piuttosto.

    Bucatini all’Avvelenata.

    Non ricordo il primo libro che ho letto per intero, alle scuole elementari ero tra quelli che sperava di cavarsela imbrogliando all’interrogazione.

    Non ricordo neppure il primo disegno che ho fatto (e mi piace utilizzare questo verbo in questa frase). Forse un autoritratto dentro la pancia di mia madre.

    La prima storia che ho scritto riguardava un coccodrillo che finiva, per lo meno buona parte della sua pelle, in un negozio di moda.

    Potrei anticipare che sono ciò che dalla mia immaginazione traggo e riesco ad esprimere per poi comunicare. Sarebbe riduttivo parlare di mitomania.

    Preferisco ordinaria follia.

     

  • serenata bit (e poi ci troveremo come le star…)

  • intimità perduta

  • sereno variabile

  • panchinaro

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